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Il fenomeno del rifiuto genitoriale: prospettive cliniche e risposte della giurisprudenza di legittimità e di merito

Immagine del redattore: Domenico Antonio Lamanna Di Salvo - Antonella Francesca Di Marsico
Domenico Antonio Lamanna Di Salvo - Antonella Francesca Di Marsico
28 set
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 29 set

La fragilità delle relazioni di coppia moderne ha portato a un aumento significativo del numero di separazioni che coinvolgono figli minori. Nella maggior parte dei casi, quando i genitori riescono a stabilire una relazione cogenitoriale funzionale, i figli non riportano particolari conseguenze emotive o relazionali. Tuttavia, in una minoranza di situazioni in cui il conflitto tra i genitori è pervasivo e irrisolvibile, il benessere dei figli è a rischio. In questi contesti, la capacità dei figli di mantenere relazioni stabili con entrambi i genitori e i rispettivi rami familiari può essere compromessa. È qui che emerge il rifiuto genitoriale, un fenomeno che può degenerare in situazioni altamente conflittuali e difficilmente gestibili.

Il rifiuto genitoriale è una dinamica complessa che si verifica quando un figlio, in assenza di motivazioni legate a violenza o abuso, rifiuta di avere contatti con uno dei due genitori: questo fenomeno si colloca spesso nel contesto di separazioni o divorzi caratterizzati da conflitti elevati e persistenti.

Per comprendere appieno la natura di tale fenomeno, occorre fare riferimento alla tassonomia clinica specialistica. Come evidenziato dal Prof. Camerini, emergono specifiche e nette distinzioni tipologiche che qualificano la reazione del minore:

  • Estranazione (enstrangement): quando un bambino rifiuta l’altro genitore “reazione” in quanto vittima di maltrattamenti, abuso o trascuratezza.

  • Alienazione (alienation): trattasi di un rifiuto ingiustificato, dove il bambino è solito usare frasi agghiaccianti e screditanti nei confronti dell’altro.

Sul piano eziologico, va sottolineato che il rifiuto genitoriale non è necessariamente il risultato di manipolazioni intenzionali, ma può essere il prodotto di dinamiche familiari complesse, in cui i figli si trovano intrappolati in lealtà conflittuali o si sentono costretti a “scegliere” un genitore. In tali situazioni di rifiuto genitoriale, i figli possono soffrire profondamente, sviluppando problemi relazionali a lungo termine, ansia e stress emotivo legati al conflitto e alla perdita di una figura genitoriale, nonché senso di colpa o confusione per il rifiuto del genitore.

Il dibattito scientifico e forense ha lungamente discusso lo statuto epistemologico della condotta alienante. A tal proposito, per orientarsi correttamente ed evitare derive metodologiche, è necessario ribadire un principio cardine condiviso dalla comunità scientifica: Non esiste la sindrome dell’alienazione genitoriale (PAS) bensì esiste il fenomeno che è riconosciuto dalla letteratura scientifica internazionale. Il rifiuto genitoriale (alias, alienazione genitoriale) non è una sindrome ma una condotta illecita, che si manifesta quando il comportamento di un genitore, soprattutto in fase di separazione, scredita e allontana l'altra figura genitoriale. Il fenomeno non viene, quindi, descritto attraverso il discusso e antiscientifico concetto di PAS (ovvero la sindrome da alienazione parentale). Al contrario, la clinica contemporanea trova un solido ancoraggio descrittivo all'interno dei sistemi diagnostici ufficiali. Come puntualmente rilevato nei contributi scientifici del Dott. Marco Pingitore, il fenomeno dell’Alienazione Parentale è possibile individuarlo all’interno del DSM-5 nella sezione “Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica” attraverso tre precise categorie relazionali:

  • Parent-child relational problem (Problema relazionale genitore-bambino): con lo sviluppo di problemi cognitivi (cognitive problems) che possono includere “attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri, o rendere gli altri il capro espiatorio e sentimenti non giustificati di alienazione" (nella versione inglese “estrangement”).

  • Child Affected by Parental Relationship Distress – CAPRD (Effetti negativi del disagio relazionale dei genitori sul bambino): qui il focus dell’attenzione clinica è rappresentato dai negativi effetti della discordia nella relazione tra i genitori su un figlio.

  • Child Psychological Abuse (Abuso psicologico infantile): contempla atti verbali o simbolici non accidentali da parte del genitore di un bambino o di un caregiver che causano, o possono ragionevolmente causare, danni psicologici al bambino.

La recente Giurisprudenza ha affrontato il rifiuto genitoriale in due vesti differenti, fornendo due strumenti diversi di risoluzione. In un primo caso, il minore rifiutava la figura materna in ragione di una sofferenza emotiva multifattoriale del minore scaturente dalla separazione dei genitori; in un secondo caso, invece, il minore rifiutava la figura genitoriale in ragione di una condotta manipolatoria dell’altro genitore.

Un punto di svolta fondamentale è rappresentato dall'Ordinanza della Corte di Cassazione civ. n. 1857 del 27.01.2026. La Cassazione con la presente decisione aveva confermato la decisione del giudice di merito, confermando l’orientamento secondo cui il rifiuto persistente del minore di intrattenere rapporti con uno dei genitori non può essere assunto come dato decisivo né come fondamento automatico per l’esclusione della figura genitoriale rifiutata.

Al contrario, qualora il rifiuto nasca non da una condotta alienante dell’altro genitore, ma piuttosto sia espressione di una sofferenza emotiva complessa e multifattoriale, il giudice è tenuto a valutare soluzioni dinamiche orientate al recupero del rapporto. Tale recupero deve realizzarsi anche attraverso l’attivazione di interventi integrati dei servizi sociali, di percorsi terapeutici individuali, familiari o sistemici, di incontri protetti o accompagnati, calibrando le modalità e la progressività degli interventi in funzione della tutela evolutiva, emotiva e psicologica del minore.

La pronuncia riguarda nello specifico la storia di tre minori che manifestavano un radicale rifiuto nei confronti della figura materna, tale da aver reciso ogni contatto con la stessa. Le indagini dei servizi sociali escludevano che tale rifiuto derivasse da una condotta paterna, ricostruendo invece tale rifiuto quale espressione di profonda sofferenza legata alla separazione dei genitori e alla perdita, in senso affettivo, della figura materna. Il giudice di merito aveva, pertanto, predisposto un progetto di recupero della relazione madre-figli, basato su percorsi terapeutici progressivi. La Corte di Cassazione ha confermato, dunque, il potere (anzi dovere) del Tribunale di merito di indagare il rifiuto della figura genitoriale e attivare progetti, anche terapeutici, idonei a risolvere tale problematica.

Nei casi in cui il rifiuto non sia l'esito spontaneo di un malessere multifattoriale, bensì il prodotto diretto di una condotta manipolatoria e indottrinante del genitore c.d. "collocatario" o "preferito", i giudici di merito hanno dovuto elaborare strumenti di rottura della simbiosi patologica.

Parimenti innovativa è la decisione del Tribunale di Lecce, con cui aveva accolto la proposta di una curatrice speciale nominata in un caso di rifiuto di un minore verso la figura materna. Il caso riguarda un minore, il quale viveva un rapporto simbiotico con il padre e continuava a subire condizionamenti da parte di quest’ultimo, al punto di aver maturato il fermo convincimento della sostanziale “superfluità” della figura materna, nell’intimo convincimento di un vero e proprio “diritto” di rifiutare per sempre le frequentazioni della madre.

A fronte di tale profonda spaccatura, la curatrice proponeva al Giudice del Tribunale di Lecce un progetto “di ricucitura dei rapporti tra madre e figlio”. In particolare, tale progetto prevedeva l’inserimento del minore in una comunità, ossia un campus estivo, affiancandolo per 15 giorni con figure specializzate e psicoterapeuta, per poter raggiungere il duplice risultato di fargli acquisire maggiore consapevolezza critica sulle proprie scelte e decisioni da una parte e, dall’altra, riavviare il recupero del rapporto con il genitore rifiutato (in questo caso la madre).

Con l’esperimento del Family Bridge, si tende a “decontaminare” il minore dal genitore ‘preferito’, per poi iniziare il recupero verso la figura del genitore rifiutato. Questo programma di intervento educativo è stato ideato dallo psicologo americano Richard A. Warshak nel 2010.

A fronte di tali strumenti, il Tribunale, grazie al supporto di figure specializzate quali curatore del minore, servizi sociali e psicologi, diviene, dunque, luogo non solo di risoluzione dei conflitti tra i genitori, ma altresì di intervento per salvaguardare il diritto alla bigenitorialità di ogni minore, tramite interventi di recupero, educativi e di sostegno, sempre e solo nell’interesse supremo del minore.

Quali sono le azioni concrete da intraprendere nei casi di alienazione genitoriale e quali sono le specifiche norme precettive da applicare nel nostro ordinamento? Quali profili di rilievo penale possono configurarsi a carico del genitore che attua condotte alienanti o manipolatorie? Come deve essere disciplinato e valorizzato l'ascolto del minore nei procedimenti caratterizzati da un radicale rifiuto genitoriale, al fine di scongiurare il rischio di una strumentalizzazione del suo vissuto emotivo?

Di questi complessi interrogativi e delle relative implicazioni pratiche ne parleremo nei prossimi articoli.

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