La tutela della bigenitorialità contro le condotte manipolative: una disamina dell'ordinanza n. 20033/2026 della Corte di Cassazione
- Domenico Antonio Lamanna Di Salvo - Antonella Francesca Di Marsico

- 26 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Il principio di bigenitorialità costituisce uno dei pilastri portanti del moderno diritto di famiglia, configurandosi non già come un mero diritto soggettivo in capo ai genitori, bensì come un diritto fondamentale del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambe le figure genitoriali. Tale principio, ampiamente riconosciuto a livello internazionale e recepito dal legislatore nazionale, impone all'ordinamento di apprestare tutele concrete contro ogni condotta finalizzata a recidere o compromettere il legame del figlio con uno dei genitori, in particolare nei contesti di separazione altamente conflittuale.
Con l'ordinanza n. 20033 del 15 giugno 2026, la Corte di Cassazione affronta con rigore il fenomeno delle dinamiche manipolatorie poste in essere da un genitore ai danni del minore. Nel caso in esame, la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una madre che aveva attuato condotte ostruzionistiche e manipolative sistematiche, volte a porre il figlio adolescente in contrasto con la figura paterna.
La decisione si segnala per la fermezza della sanzione civilistica applicata: la perdita non solo del collocamento del minore (trasferito presso il padre), ma dello stesso affidamento condiviso. Il Giudice di legittimità ha ritenuto che la persistenza della condotta manipolativa, rimasta immutata nonostante i precedenti provvedimenti giudiziari, dimostrasse l'inidoneità genitoriale della madre, in quanto incapace di salvaguardare l'interesse superiore del figlio.
Uno degli aspetti di maggior rilievo dottrinale dell'ordinanza risiede nella delimitazione del valore giuridico da attribuire alle dichiarazioni del minore (nella specie, infradodicenne). La Cassazione chiarisce che l'ascolto del minore e le volontà da questi espresse – anche laddove apparentemente sorrette da maturità e consapevolezza – non possono assurgere a parametro esclusivo e assoluto per la decisione giudiziale.
In presenza di un quadro familiare patologico, caratterizzato da condizionamenti psicologici e pressioni esplicite o implicite, il rifiuto manifestato dal figlio nei confronti di un genitore deve essere sottoposto a un vaglio critico rigoroso. Il giudice di merito ha il dovere di indagare la genuinità di tale rifiuto, al fine di verificare se esso sia espressione di una libera scelta o, al contrario, il prodotto di un conflitto di lealtà generato dal genitore manipolatore.
La pronuncia in commento si pone in perfetta armonia con l'orientamento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Corte EDU). La giurisprudenza convenzionale ha più volte ribadito che l'opinione del minore non gode di un'immutabilità assoluta e non può tradursi in un "diritto di veto incondizionato" capace di paralizzare il diritto di visita e di contatto del genitore non collocatario.
L'allineamento all'articolo 8 della Convenzione CEDU impone che le decisioni dei tribunali nazionali non si appiattiscano acriticamente sulle dichiarazioni del minore qualora emerga l'incapacità dello stesso di esprimere desideri liberi da condizionamenti. Una decisione basata su una volontà distorta dalla manipolazione violerebbe l'obbligo dello Stato di garantire il rispetto della vita familiare di entrambe le parti.
L'analisi del provvedimento non può prescindere da una riflessione sul ruolo degli operatori del diritto e dei consulenti tecnici (CTU). La manipolazione del minore si configura come una forma di violenza psicologica endofamiliare di eccezionale gravità.
Di conseguenza, i professionisti coinvolti a vario titolo nei procedimenti di separazione sono chiamati a una rigorosa osservanza dei doveri deontologici ed etici. Sposare acriticamente strategie processuali fondate sulla demonizzazione dell'altro genitore, o strumentalizzare il disagio del minore per fini economici o ideologici, rappresenta una deviazione funzionale dalla missione sociale della giustizia minorile e un concorso nell'alimentare la frattura del legame genitoriale.
In conclusione, l'ordinanza n. 20033/2026 della Corte di Cassazione segna un punto di svolta nell'evoluzione del diritto di famiglia italiano. Essa riafferma che il superiore interesse del minore si realizza non già assecondando passivamente ogni sua manifestazione di volontà, bensì tutelando il suo diritto biologico e psicologico alla bigenitorialità. La punizione severa delle condotte manipolative, attuata mediante l'inversione del collocamento e la revisione del regime di affido, risponde alla necessità di sanzionare l'abuso della responsabilità genitoriale e di restituire ai minori la serenità necessaria per una crescita equilibrata, libera da condizionamenti e strumentalizzazioni.
